C'è speranza!

Sono una “collettara” della prima ora. L’ho fatta da sposina, poi con i figli, poi con i ragazzi delle medie, e da qualche anno, insieme a delle amiche, facciamo un turno al supermercato vicino a casa che è gestito, per la colletta, da un’associazione. Per loro siamo, simpaticamente, “le mamme”. Con gli associati del club siamo diventati piuttosto familiari, ci hanno invitato ad alcune loro cene - evento e tenuto aggiornate sui loro progetti in corso.

Quest’anno, qualche giorno prima della colletta, una di noi, mentre andavamo alla scuola di comunità di Carron, ha condiviso con me una sua remora circa il rifare il gesto della colletta ancora con questo club perché non le era di aiuto sul metodo. In effetti fino ad ora nel gesto della colletta ci siamo forse sentite loro ospiti e titubanti a raccontare della nostra esperienza. Anche durante le occasioni in cui ci hanno invitato ai loro eventi, essendo consapevoli che abbiamo tutti a cuore l’andare incontro al bisogno dell’uomo ma che l’origine da cui si parte non è la stessa, non abbiamo mai cercato il “proselitismo”. Alcuni degli associati sono anche dei credenti ma il punto di partenza della loro opera non è la fede. Quest’anno, però, il pre-colletta sembrava proprio fatto per noi, evidentemente avendo la domanda aperta, siamo state più pronte a cogliere gli strumenti di giudizio che ci sono stati dati dal movimento. Infatti parlando tra noi amiche ci siamo ridette che la Colletta è un gesto di carità nato dal movimento secondo il metodo che ci ha ricordato ancora Carron nel suo ultimo intervento “Alla colletta per un’esperienza di gratitudine”: non solo rispondere ad un bisogno, ma un gesto che nasce da un’esperienza di gratitudine con l’urgenza di (cito Carron) “comunicare l’unica cosa che portava Gesù quando rispondeva al bisogno delle persone: che non erano più sole come cani e che quindi c’era una speranza” .

Quindi, il giorno prima della Colletta ho inviato al responsabile dell’Associazione questo messaggio: - Carissimo, in attesa della bella giornata che ci attende domani mi permetto di inviarle il racconto di come altre persone come noi vivono la Colletta in Italia e nel mondo. Se può, le chiederei di poterlo inoltrare anche agli altri volontari di domani. Grazie del vostro lavoro. - E gli ho allegato le testimonianze pubblicate sul sito di CL. Insomma siamo uscite allo scoperto!

Arrivate al nostro turno ci hanno ringraziato per quelle testimonianze che sono state effettivamente inviate a tutti e mi sono accorta che questo ha creato un clima ancora più familiare e di festa e io ero presente nel gesto con maggiore consapevolezza sia nel dare il volantino che nel sistemare la spesa negli scatoloni ed è stata come sempre una occasione di incontro con le persone. Ad un certo punto, un ragazzo dandomi la sua spesa mi ha raccontato che, prendendo gli alimenti per bambini dallo scaffale, gli è scesa una lacrima perché lui e la moglie hanno già perso due figli nei primi mesi di gravidanza e forse sono ora in attesa di un altro figlio. Gli ho assicurato la mia preghiera e fatto i miei auguri. Altre due persone, molto scettiche nel prendere il sacchetto all’ingresso, all’uscita avevano comunque comperato qualcosa dopo che avevano fatto presente i loro dubbi e ascoltato le nostre spiegazioni. Poi, invitando le persone a portare a casa il volantino per leggere con calma le “10 righe” ricordavo a loro e a me che appunto la Colletta non è solo un rispondere al bisogno del cibo, ma una compagnia a chi nel bisogno si sente solo.

Insomma, io mi sono ripresa il gusto di fare la Colletta, che per me è sempre una giornata di festa andando a trovare anche gli altri amici all’opera ma anche, quest’anno, essendo più attenta ai bisogni di casa. La carità non si esaurisce con il turno al supermercato. Dare da mangiare agli affamati è un’opera di misericordia, cioè uno strumento con cui la Chiesa (corpo vivente di Gesù) ci educa, plasma il nostro cuore per avvicinarlo al cuore misericordioso di Gesù. Al supermercato e a casa.

Ho capito di più quello che diceva Giussani: “è una speranza in me e in te, in te e in me (…). Non è una speranza in qualcosa di fuori, (…) in circostanze, in una situazione. (…) Il richiamo del Mistero di Cristo o il richiamo viscerale del mondo … è dentro di te che giocano il loro dramma, che giocano il loro richiamo. (…)”. E poi quando dice: “Noi siamo pronti a parlare con tutto il mondo, ad andare dovunque nel mondo, ma abbiamo bisogno di una casa (…) di un luogo (…) dove le parole abbiano un senso…”.

Non posso aspettarmi che il metodo con cui fare la Colletta arrivi dalle persone di questo club filantropico perché loro la fanno al meglio di come sono capaci. Sono io che appartengo a questa “casa” e di cui ho continuamente bisogno.

Monica